Mercoledì mattina, ore sette. Entravo all’Ospedale Sant’Andrea di La Spezia con il cuore che batteva più forte del solito.
Ero lì per la rimozione dell’utero e di un’ovaia, un’operazione lunga, importante, definitiva.
Tutto è cominciato con la burocrazia: moduli, firme, pressione, battiti, le solite domande di rito.
Poi la vestizione, la rasatura e via, sulla barella, verso la sala operatoria.
E lì, in quel corridoio bianco che sa di silenzio e disinfettante, è successo qualcosa di così surreale che ci ho messo giorni a ricordarlo.
Forse il mio cervello, spaventato com’era, aveva deciso di archiviare il ricordo per dopo.
Nella stanza di preparazione c’era un tecnico anestesista dal viso simpatico, quasi buffo. Portava una cuffia blu con disegnati tanti gatti bianchi sorridenti.
Già solo per questo mi era sembrato uno di quelli che riescono a strapparti un sorriso anche quando non ne hai.
Mentre sistemava ago, flebo ed elettrodi, ha notato il mio tatuaggio: la mia gatta Olivia.
E da lì è partito.
Mi ha raccontato di tutti i gatti della sua vita, uno dopo l’altro, come se fossimo seduti al bar davanti a un caffè.
Io invece ero distesa su una barella, con un camice bianco sottile, completamente nuda sotto, e una copertina che arrivava appena alle ascelle.
Lui parlava con entusiasmo, gesticolava pure un po’, e io lo guardavo, sospesa tra la paura e l’assurdità del momento.
Mi ha parlato della sua gatta Lady—qualcosa, non ricordo il nome esatto, con il pelo lungo e bianco, che aveva amato fino alla fine.
Poi dei due gatti di sua figlia, che studia a Genova: uno tenero e coccolone, l’altro ribelle e casinista.
Ed infine del gatto della vicina, o forse di sua madre, non lo so più. In quel momento cercavo di concentrarmi, ma la mente era altrove, come ovattata.
Ripensandoci adesso, non posso che sorridere.
In un momento di fragilità, in mezzo a tubi, aghi e monitor, è bastato un uomo con una cuffia piena di gatti a restituirmi un pizzico di leggerezza.
E forse anche questo è un modo per guarire.











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