Parigi, colpo di fulmine con la città (e forse non solo)

Parigi mi è venuta incontro avvolta in una pioggia fine, quasi invisibile, che non bagnava davvero ma sembrava voler sussurrare qualcosa.
L’aeroporto, il taxi, la città che si apriva fuori dal finestrino: tutto aveva un’aria irreale, come se stessi entrando in un film dove non avevo ancora letto il copione.

Non avevo un motivo preciso per essere lì… O forse sì: la voglia di perdermi, di cambiare ritmo, di ascoltarmi.
Parigi era sempre stata nella lista dei sogni, ma mai in cima.
Eppure, in quell’istante, guardando la pioggia accarezzare i tetti grigi e i balconi in ferro battuto, ho sentito qualcosa farsi spazio nel petto.
Era l’inizio di qualcosa e io lo sapevo.

Una finestra sulla città e un caffè che sa di promessa

Il piccolo appartamento in cui alloggiavo era al terzo piano senza ascensore, in una via tranquilla nel decimo arrondissement.
Una finestra a vetri sottili si affacciava sui tetti spioventi e su un cortile interno pieno di vasi e biciclette.
C’era una luce morbida che mi ha fatto sentire subito al sicuro.

Ho appoggiato la valigia, mi sono seduta sul davanzale con una tazza di caffè tra le mani (non buono come quello italiano, ma con un suo fascino malinconico) e ho guardato fuori.
Era un caffè che non prometteva energia, ma compagnia.
Mi ha detto: “Restiamo un po’ qui. Guarda.” E io ho guardato. Parigi stava iniziando a raccontarsi.

Montmartre

Ho deciso di iniziare dal punto più romantico e scontato: Montmartre.
Ma Montmartre non è mai scontata, se ci arrivi col cuore leggero.
Le scale, le strade che salgono, i muri coperti di edera, i profumi di baguette e cipolla, le risate in francese.
Ogni cosa sembrava costruita per far dimenticare la fretta.

Seduta su una panchina vicino alla Place du Tertre, ho guardato un artista disegnare un profilo rapido con la matita.
Non il mio ma Quello di un ragazzo seduto poco più in là.
Quando ha alzato lo sguardo e mi ha sorriso, ho sorriso anch’io.
Nessuna parola, solo quel momento sospeso, tra una linea e uno sguardo.
Parigi cominciava a parlare una lingua che capivo benissimo.

Il mercato

Il mattino dopo ho scoperto un mercato a pochi passi dal mio alloggio.
Profumo di fragole mature, formaggi forti, pane caldo. Mi sono lasciata trascinare dai colori, dalle voci, dai gesti.
Ho comprato una baguette ancora calda e una porzione di formaggio che sapeva di erba e vento.

Sulla panchina del parco vicino, mentre facevo merenda, si è seduto accanto a me lo stesso ragazzo di Montmartre. Coincidenza? Destino? Non lo so.
Mi ha salutata come se fossimo vecchi amici, abbiamo diviso il pane e una risata.
Il silenzio tra noi era facile, quasi necessario.
La libertà, quel giorno, aveva il gusto croccante del pane appena sfornato.

Il Museo d’Orsay

Il pomeriggio l’ho trascorso al Musée d’Orsay.
Dentro la grande stazione trasformata in tempio dell’arte, ho camminato tra i quadri come si cammina in un sogno.
I colori di Van Gogh, le luci di Monet, il silenzio rispettoso delle persone attorno a me.
E poi, all’improvviso, una sala vuota e un quadro che sembrava guardarmi più di quanto io lo stessi guardando.

Non ero sola, accanto a me c’era ancora lui, lo stesso ragazzo, lo stesso sorriso.
Abbiamo fissato insieme quella tela senza dire nulla, perché a volte la bellezza non ha bisogno di parole, solo di occhi che si riconoscono.

Una cena sotto le luci gialle del Marais

La sera ci siamo ritrovati, non so come e perché , a cenare insieme nel Marais.
Un bistrot piccolo, luci calde, tovaglie a quadri.
Abbiamo ordinato vino rosso, escargot, e una tarte tatin condivisa.
Abbiamo riso, tanto, ci siamo raccontati i sogni, i viaggi, le delusioni.
E Parigi intorno a noi sembrava fare il tifo.

In quel piccolo angolo della città, ho avuto la certezza che l’amore non è sempre una tempesta.
A volte è una sera tranquilla, una forchetta condivisa, una frase detta piano, una mano che non si prende, ma aspetta.

Il giorno dopo, sulla Senna

Camminavamo lungo la Senna, in silenzio, con i passi che si rincorrevano tra le foglie gialle.
I bouquinistes, i venditori di libri usati e antichi, erano appena aperti, e il profumo di carta vecchia si mescolava a quello del caffè.
Avevo la sensazione di camminare dentro una poesia, e ogni parola era scelta con cura dal caso.

Parlavamo piano, dei libri, della vita, dei posti che non abbiamo ancora visto.
Ogni parola era come una piuma: leggera, ma capace di lasciare un segno.
Sapevamo che il tempo era poco, ma non importava. Quel giorno ci bastava esserci.

Notre-Dame

Davanti a Notre-Dame, le pietre sembravano respirare un passato eterno.
Turisti, bambini, biciclette, voci.
E in mezzo a tutto questo, un attimo fuori dal tempo. ⏱️
Un bacio rubato, timido e deciso allo stesso tempo. Non c’era musica, ma se ci fosse stata, sarebbe stata un valzer.

Ci siamo guardati, senza chiedere nulla, non era una promessa, né un inizio.
Era un momento, uno di quelli che non dimentichi, anche quando tutto il resto cambia. Parigi ci aveva dato la sua benedizione, con una carezza d’autunno e una luce dorata sulle guance.

Parigi come pretesto per innamorarsi

Parigi non è solo una città, è un sentimento.
È un incontro con sé stessi, con gli altri, con ciò che non sai di volere finché non lo trovi. Forse non ho trovato l’amore della vita, ma un colpo di fulmine con la bellezza, con il tempo sospeso, con il coraggio di lasciarsi sorprendere.

Parigi mi ha insegnato che a volte i luoghi ci trovano prima ancora che noi li cerchiamo.
E quando succede, l’unica cosa da fare è restare, respirare e dire grazie.

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sono Saretta

Un’appassionata sognatrice con tante storie da raccontare. Sono autrice di romanzi, addetta stampa per autori e artisti, ma soprattutto un’amante instancabile del mondo e delle sue meraviglie.

In questo blog voglio portarvi con me, condividendo la mia passione per il viaggio, per le storie che si nascondono dietro ogni angolo e per le esperienze che trasformano ogni tappa in una scoperta.