Roma mi ha accolto come solo lei sa fare: senza preamboli, con il clacson in sottofondo, il sole storto sulle rotaie e il caos che non chiede permesso.
Appena uscita dalla Stazione Termini, ho dovuto scansare un motorino parcheggiato in mezzo al marciapiede e due signore che discutevano con passione su chi dovesse passare per prima. Era tutto perfetto.
Non c’è città che ti prenda così per le spalle e ti dica subito: “Adesso tocca a te.”
Avevo un bagaglio leggero e il cuore disposto a farsi sorprendere.
Roma, con la sua voce stonata e magnifica, mi ha messo subito alla prova.
Ma anche tra le urla degli autisti e i semafori ignorati, ho sentito un’energia viva.
Come se la città non volesse farsi capire, ma solo vivere.
Trastevere, chiacchiere e sampietrini
Trastevere è una parola che sembra masticare dolcezza e polvere.
Mi ci sono infilata senza programma, trascinata dall’odore del pane caldo e delle finestre aperte.
Le vie erano un mosaico di panni stesi, biciclette arrugginite e gatti che dormivano come nobili romani in vacanza.
Su una sedia di plastica, davanti a una porta azzurra sbiadita, una signora mi ha guardata con aria complice. “Bella giornata, eh?” ha detto.
E poi ha aggiunto, senza aspettare risposta: “Ma qui è sempre bella, pure quando piove.” Abbiamo parlato del tempo, dei turisti e delle sue rose, che crescevano storte ma felici. Quella chiacchierata mi è rimasta addosso come il profumo di bucato al sole.
La carbonara mangiata al volo
Ho trovato una trattoria nascosta, con le tovaglie a quadretti rossi e bianchi, e il menù scritto a mano con una penna rossa un po’ sbavata.
Non ho nemmeno letto tutto: ho ordinato una carbonara d’istinto, il cameriere ha sorriso come se avessi passato un test.
Quando è arrivato il piatto, fumante e profumato, mi sono dimenticata del telefono, delle mail, dei pensieri.
Era cremoso, pepato, deciso, il guanciale croccante, la pasta al dente.
Al primo boccone ho chiuso gli occhi. Al secondo ho riso da sola.
Non si può spiegare, si può solo mangiare.
E capire, forse, che la felicità è una cosa semplice: gialla, profonda e servita senza pretese.
Il Pantheon
Ci sono luoghi che sembrano troppo grandi per essere compresi.
Il Pantheon è uno di questi.
L’ho visto spuntare da una stradina stretta come un’apparizione: imponente, silenzioso, eterno.
C’erano scolaresche, selfie, guide turistiche con l’auricolare, ma io mi sono fermata qualche metro prima, a guardarlo da fuori.
Ho pensato a tutte le cose che non capisco della vita, e mi sono sentita stranamente libera.
Come se non servisse sempre dare un senso, trovare una spiegazione, a volte basta esserci, respirare.
Sentirsi parte di qualcosa che resiste da duemila anni, anche solo per cinque minuti.
I carciofi fritti e l’arte della semplicità
Nel ghetto ebraico, ho scoperto che la croccantezza può commuovere.
Seduta a un tavolo all’aperto, ho ordinato carciofi alla giudia senza pensarci troppo. Quando sono arrivati, dorati e aperti come fiori secchi, ho capito che avevo fatto la scelta giusta.
La forchetta affondava con un suono sottile, lo stesso che fa la carta buona quando la strappi.
Ogni boccone era un abbraccio saporito, profumato d’olio buono e tempo lento.
In quella frittura c’era tutto: la tradizione, la maestria, l’umiltà che serve per fare bene le cose semplici.
Roma mi parlava, e lo faceva in quel momento con un carciofo fritto.
Campo de’ Fiori
Campo de’ Fiori era un carnevale rumoroso di voci, odori, banchi traboccanti di frutta, verdura e spezie.
Un venditore urlava in romanesco stretto le offerte del giorno, mentre un gruppo di ragazzi rideva mangiando fette di focaccia romana unta e succulenta.
Mi sono fermata a bere un bicchiere di vino, seduta su una panchina accanto a un signore anziano con un cappello di feltro in testa e gli occhi lucidi di nostalgia.
“Roma è bella perché è storta,” mi ha detto, e poi ha brindato con me, come se fossimo amici da sempre.
Campo de’ Fiori era tutto quello che volevo fosse: disordinata, gentile, viva.
Il Colosseo
Ho camminato fino al Colosseo nel tardo pomeriggio, quando la luce si infila tra gli archi e le ombre si allungano come pensieri antichi.
Era enorme, fragile e fiero, come certe persone che hanno sofferto tanto ma non l’hanno mai detto a nessuno.
Intorno, la solita folla: guide, selfie, ragazzi seduti qua e là a mangiare un gelato.
Io ho fatto il giro in silenzio, accarezzando la pietra con gli occhi.
Ho sentito il rombo delle battaglie e il silenzio di chi resta.
Roma sa fare anche questo: trasformare la storia in presenza.
E tu, in quel caos, ti senti incredibilmente libera.
Piazza di Spagna
Quando ho raggiunto Piazza di Spagna ero stanca e felice.
Mi sono seduta sui gradini, circondata da turisti, ragazzi con la chitarra, bambini che correvano.
Guardavo il mondo passare, senza fretta.
Il sole calava dietro i tetti, e Roma mi sembrava un abbraccio grande, spalancato, senza giudizio.
Lì ho capito che non devi fare nulla per meritartela, basta esserci, respirare e lasciarti attraversare.
L’abbacchio al forno
La sera mi ha portata in una trattoria nascosta tra i vicoli, dove il tempo sembra aver fatto una sosta.
Il profumo dell’abbacchio al forno era già nell’aria prima ancora che lo ordinassi.
Quando il piatto è arrivato, caldo, saporito, fragrante di erbe e memoria, ho pensato che certe cose non hanno bisogno di essere reinventate.
Ho guardato lo chef che sbirciava dalla cucina, e ho visto mani che sapevano.
Sapevano come trattare la carne, ma anche come raccontare una storia senza dire una parola.
In ogni forchettata c’era una nonna, un pranzo domenicale, una promessa mantenuta.
I tonnarelli di Roma come dichiarazione d’indipendenza
In un altro pranzo, ho scelto i tonnarelli cacio e pepe, ma avrei potuto prendere anche un’amatriciana.
Perché Roma non è una sola voce, è un coro dissonante, generoso. Ogni boccone era un gesto deciso, un morso alla vita.
Il cacio fuso, il pepe che pizzica, la pasta ruvida che trattiene tutto: era come dire “ci sono”.
Nessuna timidezza, nessuna misura, solo gusto, coraggio, appartenenza.
Roma, anche nei suoi piatti, è una città che ti spinge a dire chi sei, e a non chiedere scusa per questo.
Roma, una città che non ti chiede nulla, ma ti cambia
Quando sono salita sul treno per tornare, avevo le scarpe impolverate, il cuore pieno e la pancia felice.
Roma non ti accoglie: ti travolge. Non ti accompagna: ti lascia andare.
Eppure, qualcosa di lei resta con te.
Nelle battute ascoltate per strada, nei sapori decisi, nella libertà che solo certe città ti sanno insegnare.
Roma non ti chiede nulla, ma ti cambia, senza promettere, senza spiegare.
Ti dà un assaggio di cosa vuol dire vivere senza difese, ridere forte, e goderti una carbonara come fosse l’ultima cosa che conta davvero.











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